17/10/2011 15:06 - Di: Roberto Mutti
Nato a Milano nel 1928, è in realtà un cittadino del mondo per le sue origini genovesi (è, in effetti, dichiarato tifoso del Genoa), ma soprattutto per la sua passione per i viaggi compiuti grazie alla sua professione di fotoreporter e alla sua curiosità inesauribile. La sua storia è bella come un romanzo e non solo perché certi grandi fotografi somigliano agli scrittori: dopo aver partecipato, giovanissimo, alla Resistenza, i primi passi in campo fotografico li compie negli anni Cinquanta.
Frequenta il Bar Giamaica, un buio e fumoso locale milanese vicinissimo all’Accademia dei Belle Arti e quindi frequentato da personaggi estrosi, artisti geniali come Piero Manzoni e Lucio Fontana, direttori di giornali con cui, fra un grappino, un caffè e tante sigarette, si discuteva di inchieste e servizi fotografici, scrittori di vaglia come Luciano Bianciardi che nel suo bellissimo “La vita agra” cita i personaggi di Ugo e Mario che abitavano sopra il Giamaica.
Il primo voleva diventare fotografo e per questo, si dice, il secondo gli prestò la sua macchina, gli diede pochissime indicazioni (se c’è il sole apertura f 5.6 tempo 1/125, se c’è buio apri il diaframma) e lo mandò in giro a diventare quel grandissimo autore che è stato Ugo Mulas.
Mario, invece, aveva già cominciato a collaborare con le testate di sinistra dell’epoca “L’Unità”, “L’Avanti”, “Milano Sera” ma sognava di andare a vivere a Parigi, cosa che in effetti fece ben presto. I suoi bei servizi compaiono su Le Monde, Le Novel Observateur, Jeune Afrique (a ribadire il suo interesse per quel continente), L’Espresso, L’Illustrazione Italiana ribadendo la leggenda di un fotografo che da sempre va controcorrente, preferisce l’intuizione alla ragione, la libertà di scelta alla convenienza e decide di fare buon giornalismo con la macchina fotografica proprio perché è un compito davvero difficile. Lo fa con uno stile difficile da classificare: per esempio, di fronte ai suoi ritratti – e ce ne sono di bellissimi – si intuisce che la definizione di ritrattista gli sta stretta. Lui indirettamente conferma raccontando di incontri, discussioni, lunghe frequentazioni con le persone riprese per sottolineare che la fotografia non è il fine ma il mezzo per avvicinarsi alla vita.
La bellezza solare di Jean Seberg, lo sguardo sofferto di Louis Althusser, la dignità di Licia Pinelli non sono istanti catturati ma sottolineature realizzate da un autore che conosce così bene chi ha di fronte da poterlo interpretare nella sintesi di un’immagine. Lo dimostra una sua fotografia famosissima scattata nel 1959 ad uno specchio in cui si riflettono gli otto scrittori componenti del gruppo del Noveau roman, l’unica in cui appaiono tutti assieme gli autori di quella che è stata una delle più interessanti avanguardie letterarie francesi. Lo dimostra, infine, la bella mostra esposta alla Open Mind Gallery di Milano a cura di Marizio Garofalo e Eva Zamboni “Mario Dondero e il cinema: frammenti di una lunga frequentazione” che indica il fatto che questo fotografo ha davvero conosciuto ogni ambiente.
Dondero detesta i centri di potere grandi e piccoli, ma lo dimostra con grande distacco e signorilità, la stessa che sfoggia schierandosi sempre dalla parte “giusta”, quella dei più deboli, e alla franchezza con cui parla di politica come un inguaribile gauchiste. Come tutti gli uomini creativi e sensibili, Mario Dondero è un anarchico assoluto che sfugge a ogni regola che non sia quella di realizzare delle fotografie che siano soprattutto oneste perché alla vita non bisogna mai mentire.
Roberto Mutti
Fotografia Digitale | Angolo dell'esperto
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