Apertura massima
 
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in Fotografia Digitale | Angolo dell'esperto
22/03/2012 09:01 - Di: Marco Bertani

  Marco Bertani
Tutor di Fotografia
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Abbiamo parlato abbastanza approfonditamente della lunghezza focale, ma c'è un altro aspetto molto importante da tenere in considerazione quando parliamo degli obiettivi delle reflex: l'apertura massima.

Come probabilmente avrete notato, tipicamente il nome di un obiettivo non include unicamente le sigle che ne descrivono questi due aspetti. Le numerose sigle servono a descrivere ulteriori caratteristiche, la cui conoscenza è necessaria per una valutazione accurata. Alcune di queste caratteristiche potranno costituire comodi optional, ma potrebbero non essere mai di reale utilità se non diventeremo fotografi professionisti. Altre possono effettivamente ampliare le nostre possibilità fotografiche.
L'apertura massima di un obiettivo è indicata al suo esterno, ed è il numero che in gergo indica la "qualità dell'obiettivo": più il numero è basso, più la lente è "professionale e costosa". In commercio oggi troviamo lenti a focale fissa con apertura massima F/1.2.
L'apertura massima di un obiettivo ci consente di fotografare in situazioni di scarsa luminosità ottenendo degli ottimi risultati ma, come avrete imparato dagli articoli precedenti, se usata nella sua massima apertura di diaframma, cioè F/1.2 avrete un fuoco molto sottile (cioè solo sul punto che sceglierete di avere a fuoco).
Ci sono anche obiettivi con valori inferiori a 1.2, ma sono rarissimi da trovare e molto costosi, che però hanno segnato la storia del cinema, come ad esempio lo Zeiss 50 mm 0.7 usato da Stanley Kubrick per le riprese a lume di candela nel film Barry Lindon (dovete sapere che le stesse caratteristiche le hanno anche gli obiettivi usati per le macchine da presa con cui si fanno i film!).

Barry Lindon

Lenti Zeiss

Vi chiederete da dove provenga la scala di valori che viene usata per indicare gli F/stop (1.2, 1.4, 2, 2.8 etc...) di cui abbiamo già parlato. Il fatto è che la quantità di luce è proporzionale all'area del foro, non al suo raggio, quindi al quadrato di questi valori, che non a caso sono approssimativamente le radici quadrate della successione 1, 2, 4, 8, 16, 32, 64, 128, 256 e via dicendo.

Si tratta quindi di una progressione geometrica con rapporto pari a √2.

L'uso di diaframmi stretti (11, 16, 22) o larghi (1.4, 2, 2.8) non è indifferente per l'immagine finale. E' infatti diversa la profondità di campo e cioè l'intervallo di distanze all'interno del quale l'immagine è a fuoco.
I diaframmi larghi danno minore profondità di campo: sono a fuoco gli oggetti compresi in un intervallo di distanze piuttosto stretto.
I diaframmi stretti danno maggiore profondità di campo: sono a fuoco gli oggetti compresi in un insieme di distanze più ampio.
Si potrebbe allora pensare che gli obiettivi diano la miglior resa ai diaframmi più piccoli, ma non è così: la resa migliore è di solito sui diaframmi intermedi. Per i diaframmi più stretti  infatti si verifica l'effetto diffrazione, che tende a creare un disco di confusione al posto di un punto.

Diffrazione

Sugli obiettivi con lenti superiori a 100 mm di lunghezza focale, possiamo trovare anche una sigla con un tastino che indica se l'obiettivo è stabilizzato.
La stabilizzazione serve a compensare le vibrazioni che l’obiettivo subisce in conseguenza a microscopici movimenti delle mani del fotografo. Anche questa caratteristica determina il costo e la qualità della lente.Ultimo dato che troviamo indicato sulla nostre lenti è la distanza minima di messa a fuoco, che generalmente è di 70 cm; se vogliamo avere la possibilità di fotografare un oggetto più da vicino. come già accennato in precedenza dobbiamo prendere una lente che abbia tra le caratteristiche anche il fatto di essere macro, altro elemento che influisce sul costo.
Tenendo presente tutte queste informazioni, non dimenticate mai che non è l'obiettivo a fare magnifica una foto, ma siete voi.

Marco Bertani | www.marcobertani.it

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