Le fotografie e i puristi
 
 
in Fotografia Digitale | Angolo del critico
12/01/2010 18:01 - Di: Roberto Mutti

Per inaugurare il nuovo anno con una riflessione sulla fotografia non c’è nulla di meglio del doveroso omaggio al Campionissimo, il grande ciclista Fausto Coppi, scomparso cinquant’anni fa, il 2 gennaio 1960 nell’ospedale di Tortona, dove era stato ricoverato per un attacco di malaria mal curata perché non riconosciuta come tale.

Che cosa c’entra la fotografia con Coppi, si può chiedere qualcuno, ed è proprio da qui che partiremo. Negli anni dell’immediato dopoguerra in Italia tutto era da ricostruire, non soltanto le strutture produttive, ma anche infrastrutture come le strade.
Ancora lontani dal “boom economico” che avrebbe portato nel giro di pochi anni alla motorizzazione di massa, gli italiani viaggiavano prevalentemente in bicicletta, e si identificavano facilmente con i campioni del ciclismo che in quegli anni erano davvero straordinari: lo svizzero Hugo Koblet, il belga Rik Van Steenbergen, i francesi Louison Bobet e Raphaël Geminiani sfidavano tre italiani quasi leggendari come Fiorenzo Magni, il toscano Gino Bartali e il piemontese Fausto Coppi.

Questi ultimi due erano destinati a infiammare il pubblico in una rivalità a tutto tondo che coinvolgeva ogni aspetto della loro vita, da quelli personali (al contrario del collega, Coppi aveva lasciata la moglie per un’altra donna il che, in un’Italia dove ancora non c’era il divorzio, valse ad entrambi una condanna penale e gli strali papali…) a quelli politici. Se Bartali aveva collaborato con i partigiani e Coppi aveva combattuto in Africa, nel dopoguerra, in modo assai inappropriato, l’uno fu identificato con la democrazia cristiana l’altro con il partito comunista.
Ma è stata la loro rivalità sportiva, in un paese come il nostro che volentieri si divide, a colpire l’immaginazione di cui oggi ci rimangono solo le parole e le immagini, il che non è poco, anche se la storia fa difficoltà a trovare la sua strada fra invenzioni e leggende.

Due sono le fotografie rimaste nell’immaginario collettivo e di cui parliamo perché rimandano ad altre problematiche tutte da indagare.
La prima ritrae Coppi e Bartali che, durante una tappa del Tour de France 1952 tra Losanna e Alpe d’Huez, si scambiano una borraccia.

coppi e bartali

Come è facile immaginare, dapprima scorsero fiumi di retorica sullo spirito cavalleresco che caratterizzava i due, poi tutti cominciarono a chiedersi chi aveva passato la borraccia a chi. Coppi e Bartali non dissero nulla, lasciando a tifosi e giornalisti l’analisi dell’episodio che ognuno interpretava pro domo sua.
A dire il vero di episodi di questo genere ne erano stati ripresi altri e sui passaggi di borracce si potrebbe scrivere un apposito capitolo della storia del ciclismo, ma fu su questa fotografia che tutti ancor oggi si soffermano tanto è vero che ne esistono anche versioni a colori, frutto ovviamente di un intervento successivo perché l’originale è in bianconero, e illustrazioni che la ricopiano fedelmente.
Il bello è che l’immagine non chiarisce affatto l’andamento delle cose ed è quindi un esempio bellissimo di quella che potremmo definire l’ambiguità della fotografia che non necessariamente è la verità, ma sempre la interpreta.
Provate a cercare nelle vecchie raccolte dei giornali e magari nei recenti articoli pubblicati per ricordare la scomparsa del Campionissimo e una cosa forse vi colpirà: nessuno riporta mai il nome più importante, quello del fotografo. Per vostra conoscenza, si trattava di Carlo Martini, che lavorava per l’agenzia Omega Fotocronache e che per quella immagine vinse il Premio fotocronista sportivo dell’anno (anche se gli fu attribuito …nel 1988, vent’anni dopo la sua morte!).
Forse avrebbe potuto chiarire lui la dinamica della vicenda ma nessuno glielo chiese: se l’avesse fatto, il bravo fotografo avrebbe forse dovuto rivelare – come ha recentemente spiegato il suo ex collega Vito Liverani, altro straordinario fotografo sportivo – che si trattava di uno scatto creato con la complicità dei due ciclisti. Questi accettarono di passarsi non una borraccia ma una bottiglia, che era stata precedentemente passata loro, per consentire all’amico fotografo di realizzare un’immagine diversa e originale.

Un’altra immagine più volte pubblicata ritrae Fausto Coppi mentre transita su una strada in salita accanto a un terrapieno innevato su cui compare la scritta in caratteri maiuscoli “W COPPI”. Siamo nel 1953 e questa è la famosa 19a tappa del 36esimo giro d'Italia con il corridore che, come spesso faceva, era in fuga solitaria.

w coppi

Anche questa fotografia ha un suo piccolo segreto che anni fa mi ha rivelato il suo stesso autore, Tino Petrelli dell’agenzia Publifoto: anche lui era alla ricerca di un’immagine originale, di quelle che colpiscono l’immaginazione, ma dopo qualche scatto aveva capito che doveva inventarsi qualcosa perché un ciclista che fatica da solo ha qualcosa di epico che un bravo scrittore può evocare, mentre la sua immagine può essere banale.
Petrelli, che anticipava la corsa sul sellino posteriore della motocicletta della sua agenzia, si apposta su un tornate e quando vede Coppi che si avvicina scava nella neve la scritta quindi si apposta e scatta quando il ciclista le passa davanti.

Le due fotografie non negano la realtà perché l’Airone (come veniva anche chiamato il Campionissimo) aveva davvero migliaia di tifosi e la coppia Bartali – Coppi era in effetti caratterizzata da grande fair play. Le immagini hanno una componente costruita che le caratterizza ed è un omaggio all’inventiva dei loro autori. Non mancano, però, i puristi che storcono il naso: ne riparleremo.

Roberto Mutti

Votalo:
Tag:
Condividi:
Angela Basti
04/02/2010 12:05
 Secondo me la borraccia, passa dalla sinistra della foto a destra. Per quanto riguarda la seconda foto, il "grande" Fausto Coppi, non sembra troppo sorpreso.

chiotas
25/01/2010 11:52
Personalmente la penso come Winter, il vero eroe del film, il bello della realtà è la possibilità di interpretarla (fotografarla) filtrandola con i nostri occhi e con la nostra mente ...

Anonimo
25/01/2010 07:57
lo devo proprio vedere sto film... quindi parre che l'unico modo per avere immagini vere sia quello di riprodurle in modo inconsapevole e che non vengano viste. un'immagine vista è contaminata da un'interpretazione. bello... però mi viene in mente una cosa. perché a questo punto esageriamo... lo strumento che cattura le immagini è pur sempre costruito, regolato e tarato da un uomo, che quindi decide come uscirà l'immagine. è anche questa contaminazione? se sì, allora non possono esserci immagini non contaminate e quindi vere?

chiotas
16/01/2010 23:38
Il discorso si fa sempre più interessante. Allora aggiungo questo: le immagini girate dal nostro "eroe" Munro andavano direttamente nella biblioteca delle immagini non viste. Munro infatti afferma che solo un'immagine non vista, non contaminata da nessun occhio umano è vera e meravigliosa, in perfetto unisono con il mondo, se nessuno l'ha guardata l'immagine e l'oggetto che rappresenta sono uno nell'altro, una volta che l'immagine verra vista l'oggetto che è in essa morirà. ... tipo strano questo Munro ...

Shock
15/01/2010 09:50
"La Fotografia non sà mentire, ma i Bugiardi sanno fotografare" come diceva Lewis Hine Ho letto un libro molto interessante sull'argomento "Un'Autentica Bugia, la fotografia, il vero, il falso" di Michele Smargiassi. Credo che per sua natura la fotografia non possa fare altro che mentire. Ogni fotografia, solo per il fatto di omettere o inserire nel contesto qualcosa o qualcuno alterà per sempre la realtà. La fotografia non è la realtà, ma ci può andare vicino! Un'altro spelndido articolo che ti impone di fermarti e riflettere, come la fotografia, quella fatta bene! Grazier

Anonimo
15/01/2010 08:06
anche molto interessante la citazione di chiotas su "Lisbon story". eh sì, perché anche mettendo la cinepresa alla spalle, le immagini riprese son pur sempre condizionate dalle scelte di Munro, che sa di avere la cinepresa alle spalle. ma faccio una domanda assurda: e se Munro non lo sapesse di averla la telecamera alle spalle? le immagini che vengono raccolte dalle telecamere di sicurezza per le strade, saranno l'unico dato obbiettivo per gli storici del futuro? ... saranno obbiettive forse, ma prive di fascino. in realtà il bello della fotografia sta proprio nell'essere interpretazione.

Anonimo
15/01/2010 08:04
innanzitutto bentornato sig. Mutti. altro articolo molto interessante. sono sincero: son perplesso, e per i seguenti motivi. le foto vogliono apparire autentiche (nell'immaginario collettivo, foto è verità), ma in realtà non lo sono, sono costruite. non sto parlando di vero o falso, ma di un costruito che vuole apparire autentico. insomma, c'è qualcosa che stride, un'ambiguità che non mi convince. pensi che io mi chiedo, quando fotografo, se sia corretto o no spostare qualcosa dalla scena... è eccessivo? sì.

Diego Feliciani
13/01/2010 22:53
 Grazie mille Sig. Mutti per lo splendido salto nel tempo, molto interessante.

Anonimo
13/01/2010 10:18
Ogni fotografia dietro ha la sua verità ma chiunque la guardi ne trarrà la sua propria verità diversa dagli altri. Che siano fatte volontariamente senza prendere l'attimo non è importante, rimangono due belle fotografie dal punto di vista del fair play, della tecnica e della fantasia del fotografo!

chiotas
13/01/2010 00:57
 ... fa dire a Munro, un regista che andava in giro a filmare la città con la telecamera appesa dietro le spalle: "Queste immagini mostrano la città com'è e non come vorrei che fosse. Pronte per essere scoperte da generazioni future con occhi diversi dai nostri." Qui si arriva al concetto di rappresentazione del reale in fotografia/cinematografia, probabilmente un'utopia, che si scontra sempre con l'inevitabile insieme di processi analitici che portano alla formazione dell'immagine. Saluti e grazie della pazienza.

chiotas
13/01/2010 00:43
 Trovo molto interessante l'argomento che ha trattato questa settimana, splendida la seconda foto "W Fausto", in cui con un solo fotogramma Petrelli riesce a descrivere l'intera esistenza del Campionissimo: "un uomo solo al comando". L'evoluzione del reportage, penso sia piuttosto evidente, stia derivando, o per mancanza di forza o per esigenze di mercato, verso la spettacolarizzazione a tutti i costi, anche se buoni reportage si possono ancora vedere (per me merita una visita virtuale il World Press Photo). Dall'altra parte c'è uno come Wim Wenders che nel suo film Lisbon Story ...